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Terremoto 2009, la notte più lunga per L’Aquila

Il messaggio di Biondi: "Tutto dipende da noi. Dio non vive al posto nostro, ma come un buon Padre ci aiuta a capire che ognuno di noi è più grande del proprio dolore per le persone care che il terremoto ci ha portato via"

Quella appena trascorsa è stata la notte più lunga per L’Aquila: Era la notte del 6 aprile di 12 anni fa quando, alle 3,32, una terribile scossa di terremoto ha cambiato per sempre la vita degli aquilani, spezzando la vita di 309 persone.

L’Aquila ricorda i momenti drammatici, il dolore, ma anche la solidarietà arrivata da ogni parte del mondo.

Prima la messa nella Chiesa di Santa Maria del Suffragio, officiata dal Cardinale Giuseppe Petrocchi, poi 309 rintocchi delle campane, come le vittime del terremoto, l’accensione del braciere da parte di un vigile del fuoco, davanti alla Chiesa di Santa Maria del Suffragio, e da Piazza Duomo un fascio di luce che si staglia verso il cielo in segno di ricordo e di speranza.

“Ricordo la paura, sento ancora il dolore, ma vedo la rinascita ogni giorno. I nostri cuori battono per L’Aquila, per gli aquilani che non ci sono più e per quelli che ci sono, più forti di tutto”, ha dichiarato il presidente della Regione, Marco Marsilio.

Poi il sindaco Pierluigi Biondi ha ripercorso il dramma della notte del 6 aprile, parlando anche del Parco della Memoria che prende forma dopo 12 anni e la cui inaugurazione, però, è stata rinviata a causa dell’emergenza sanitaria.

IL MESSAGGIO DI BIONDI

Un grande riformatore, che ha illuminato il Novecento, San Paolo VI, ebbe a dire che “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”.

I nostri cari, sacrificati sotto le macerie, sono diventati parte di noi, testimoni – in un dialogo tra anime – di una visione della vita che, attraverso la forza del lutto, dell’emozione che scaturisce dal dolore, produce la speranza, che è apertura al futuro.

Sono 12 anni che abbiamo ritualizzato il lutto per curare le nostre anime. Ed è da due anni, che questo rito del dolore e della speranza è stato trasformato, dall’emergenza sanitaria, da cerimonia corale a evento in solitudine.

Una pandemia che oggi, su esplicita richiesta dei familiari delle vittime del 6 aprile 2009, ha portato alla decisione di rinviare l’inaugurazione del Parco della memoria a quando potrà di nuovo esserci un momento comunitario.

È desiderio dei familiari, infatti, che l’intera città possa vivere da subito il Parco della memoria, pensato per accogliere la rifioritura della vita, nel ricordo di un dolore privato, che si è trasformato nella sofferenza di tutti.
È esemplare quanto magnifico questo gesto dei familiari, che dimostra come una storia di sofferenza fatta di tante croci, possa portare ad una storia di consolazione che mitighi e lenisca il dolore, stemperandolo nella forza di una popolazione coraggiosa, nei sorrisi spensierati quanto melanconici degli adolescenti, che erano bambini al tempo della devastazione, nella voglia di contribuire alla rinascita dei ragazzi di allora che oggi si affacciano, sia pure con affanno, nel mondo del lavoro.
Credo sia giusto, in questa serata così carica di emozioni e di significati, rivolgere il nostro pensiero anche agli operai italiani e stranieri che hanno contributo con il loro lavoro a fare dell’Aquila una città più sicura e ancora più bella.

E voglio pensare che il Parco della memoria possa dare spazio anche al ricordo degli operai vittime nei cantieri della ricostruzione, come il lavoratore rumeno e il lavoratore macedone, travolti e uccisi dal crollo di un edificio a San Pio delle Camere.

In queste ore così evocative e di grande afflato, un segno di condivisione va rivolto anche a quelle categorie, come gli operatori economici, messe a dura prova dalla pandemia e che non sono state opportunamente “ristorate”. E, poi, ai lavoratori dello spettacolo, alle piccole realtà culturali, strategiche per il nostro tessuto sociale, alle famiglie con persone non autosufficienti o con figli con disabilità. Un mondo di persone per bene, alle quali la vita continua a sottrarre certezze:
“Prega come se tutto dipendesse da Dio e agisci come se tutto dipendesse da te”, ci insegna Sant’Ignazio di Loyola.

Oggi, più che mai, è il tempo della preghiera, comunque la si voglia intendere e praticare. Preghiera che è corresponsabilità, ma anche la forza che permette di affrontare la complessità della vita.

Tutto dipende da noi: Dio non vive al posto nostro, ma come un buon Padre ci aiuta a capire che ognuno di noi è più grande del proprio dolore per le persone care che il terremoto ci ha portato via, che siamo più grandi dello smarrimento che la pandemia ci infligge, che siamo più grandi del timore di non farcela, che siamo più grandi di chi, attraverso i social, alimenta le nostre paure sfruttandole per basse finalità.

La speranza può essere intesa non solo come l’aspettativa di un futuro migliore del presente, ma come la virtù di chi non molla, di chi non si fa sopraffare dalla pandemia e comprende che è il momento di affidarsi alla scienza e a quei valori di civiltà e rispetto per gli altri che ci suggeriscono un’adesione convinta alla campagna di vaccinazione.

Ancora una volta, dopo il 6 aprile di 12 anni fa, oggi dobbiamo fare ricorso alla nostra forza interiore di gente di montagna, dobbiamo reimparare a vivere nella normalità.

Il dolore non ferisce soltanto, ma stimola le nostre risorse più profonde per affrontarlo e viverlo all’altezza di una dignità umana che la storia continua a riscattare tra le pieghe di avvenimenti carichi di terrore, orrori, ma anche successi e rinascite.

In questi giorni di profonda riflessione, un altro lutto ha pervaso la comunità aquilana. Giovanna Di Matteo purtroppo non ce l’ha fatta e perdiamo una figura di altissimo spessore culturale. Una personalità dalla valenza poliedrica, per anni e anni storica dell’arte della Soprintendenza. Per noi era la donna che ha rivoluzionato l’aspetto estetico e storico della Corteo della Bolla del Perdono, di cui era diventata la vera anima contribuendo in maniera importante al riconoscimento della nostra Perdonanza quale patrimonio immateriale culturale dell’umanità Unesco. La ringraziamo per tutto quello che ha fatto, ci mancherà molto.

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